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L’Italia, l’Europa e la necessità di tornare a investire. La mia intervista per APRE Magazine

 

Ritiene che Horizon 2020 stia realizzando i suoi obiettivi in termini di eccellenza scientifica, competitività industriale e risposta alle sfide sociali?

Horizon è senza dubbio una delle principali storie di successo dell´Unione Europea. Basti pensare che tra il 2014 e il 2015 sono stati stanziati quasi 16 miliardi di euro per oltre 9.000 progetti di ricerca e innovazione. Il Programma ha giudicato ammissibili circa 76.000 proposte progettuali: ciò significa che Horizon 2020 sta attirando sempre più ricercatori e innovatori ed è questo, in definitiva, che contribuisce alla realizzazione degli obiettivi di eccellenza scientifica e competitività industriale del programma. Nel 2015 si è infatti registrato un aumento nelle proposte del 25% rispetto al 2014, soprattutto provenienti da imprese, il cui numero delle domande è aumentato di quasi il 27%. Inoltre, quasi il 50% dei partecipanti sono nuovi arrivati, molti dei quali sono piccole e medie imprese. Altro fattore di rilievo è la quota di cosiddetti newcomers, enti che partecipano per la prima volta e con successo a bandi Horizon2020 e che non avevano mai partecipato alle opportunità del Settimo Programma Quadro. Ben il 49% degli applicant nel biennio di interesse è infatti alla prima esperienza di progettazione in Horizon 2020. Di questi, circa il 70% è costituito da compagnie private, evidenziando l’attrattività del programma per questo settore.

 

 La partecipazione italiana attuale è all’altezza delle sue aspettative?  Secondo lei, rispecchia il potenziale del Paese?  Nel caso si debba migliorarla, quali azioni si dovrebbero intraprendere?

L’Italia è al terzo posto, dopo Regno Unito e Germania, per numero di candidature presentate e al quinto posto come numero di progetti approvati con un tasso di successo del 9,1% per il 2015 a fronte di un tasso medio a livello europeo dell’11,8%.

Siamo di fronte, quindi, ad una partecipazione quantitativamente elevata ma qualitativamente migliorabile. È chiaro che abbiamo l’obbligo di fare di più, soprattutto alla luce delle potenzialità del nostro Paese e delle tante eccellenze di cui dispone.

Il risultato conseguito finora ci tiene ben lontani dalle potenze della ricerca, Germania (18%) e Inghilterra (15%), che hanno conquistato il doppio dei fondi italiani. Cosi come restiamo dietro a Paesi tradizionalmente più vicini come Spagna e Francia.

Tale situazione, alla luce del fatto che l´Italia rappresenta il terzo contribuente dell´Unione europea, genera una perdita di 300 milioni di euro ogni anno a beneficio di attività di ricerca di altri Paesi.

Dal 2008 al 2014 l’Italia ha registrato un modesto aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo, passando dall’1,16% all’1,29% del PIL, che non è bastato per raggiungere la media europea del 2,03%.

Certo, l’impatto positivo delle pubblicazioni scientifiche prodotte nel Paese e la forte attitudine all’innovazione delle nostre PMI dimostrano la volontà di migliorare le performance, soprattutto in vista dell’obiettivo fissato per il 2020, quando l’Italia dovrebbe arrivare ad impegnare l’1,53% del proprio PIL in attività di R&S.

L’Italia deve però fare i conti con alcune sfide che ostacolano gli investimenti nella ricerca, primo tra tutti la mancanza di risorse umane altamente qualificate. Il Paese, infatti, si colloca all’ultimo posto in Europa per il numero di persone che hanno concluso un percorso di istruzione terziaria (24,9%), mentre la media Ue è del 38,5%. Sotto la media Ue (17,6%) anche il numero di laureati in ingegneria e discipline scientifiche (12,5%).

Altra sfida che l’Italia deve affrontare è la scarsa collaborazione tra imprese e mondo accademico, che impedisce di sfruttare a pieno il potenziale innovativo delle aziende italiane.

 

Che caratteristiche dovrebbe avere il Prossimo PQ per favorire la crescita e la modernizzazione del sistema italiano di R&I?

Non è tanto il programma quadro a dover avere caratteristiche in grado di favorire la crescita e la modernizzazione del sistema italiano. Credo piuttosto che sia il nostro sistema a dover crescere per fronteggiare in maniera adeguata le sfide globali poste dal mondo della ricerca e dell´innovazione.

Penso sia essenziale, ad esempio, una presenza costante e proattiva ai tavoli europei, se si vuole davvero migliorare la partecipazione italiana ai programmi Ue. Ciò consentirebbe di ridurre la frammentazione del sistema di regolazione e finanziamento nazionale, rinforzando il rapporto tra livello centrale e regionale, così come quello tra i vari Ministeri. Inoltre credo sia necessario istituire una struttura di governance per il coordinamento della partecipazione italiana al processo di programmazione congiunta europea.

Altro elemento chiave da migliorare è l’attrattività del nostro sistema di ricerca e di innovazione. Il rapporto fra il numero di vincitori italiani di borse di mobilitaà ERC che operano in istituzioni italiane e quelli che operano all’estero è infatti di 1,2 punti: il punteggio più basso fra i grandi Paesi europei. Possiamo e dobbiamo fare di più.

Il percorso di dottorato deve orientarsi verso un modello formativo che permetta di soddisfare, oltre alle necessità della ricerca orientata alla conoscenza, anche la domanda di capitale umano altamente qualificato che proviene dal sistema produttivo.

Inoltre, il percorso dottorale deve essere valorizzato nel settore privato per ampliare le opportunità di impiego dei dottori di ricerca e per affinare gli strumenti di incontro della domanda e dell’offerta di professionalità di alto livello scientifico.

 

Quale dovrebbe essere idealmente il budget del prossimo PQ?

Il futuro dell´Europa dipende dal saper fare un uso ottimale dei suoi talenti scientifici e dalla capacità di dotare questi cervelli di ambienti creativi ed infrastrutture di ricerca idonee in cui possano prosperare le innovazioni. Ritengo pertanto che continuare ad investire in maniera convinta nel campo della ricerca, dell´innovazione e dell´istruzione rappresenti una priorità assoluta soprattutto in tempi di crisi. L´Europa è stata la culla della scienza moderna e il ruolo accordato alla ricerca e all´innovazione deve continuare a plasmare il futuro dell´Europa. Per farlo occorre incrementare ulteriormente lo sforzo fatto dagli Stati membri e come Parlamento siamo pronti a confrontarci con Consiglio e Commissione affinché ciò accada.

 

Il prossimo PQ dovrebbe puntare maggiormente sull’impatto a breve termine (5-10 anni) o su obiettivi di lungo termine (20-30 anni)?

In un mondo che cambia in maniera così repentina è giusto avere obiettivi programmatici di lungo periodo. Allo stesso tempo, ritengo fondamentale mantenere una flessibilità operativa di breve periodo che consenta di reagire ed adeguare gli strumenti finanziari alle priorità europee.

Negli ultimi PQ è andata crescendo l’incidenza di strumenti finanziari (equity e loans), oltre i grants.  Ritiene adeguato continuare in questa direzione?

Assolutamente si. Aumentare gli strumenti finanziari, come fatto attraverso Horizon 2020 e come fa ad esempio la BEI da molti anni, è un modo essenziale per intercettare un numero maggiore di partecipanti ai programmi europei.

 

Si parla di un futuro programma di ricerca in materia di difesa.  E’ auspicabile?  Dovrebbe essere inquadrato giuridicamente nel PQ o essere indipendente?

Non dimentichiamo che la difesa rientra già in Horizon 2020 tra le sfide del Secure Societies che riguardano a pieno titolo tutte quelle attività di ricerca e innovazione direttamente legate alla protezione dei cittadini europei, della società, dell’economia e, naturalmente, di tutto il complesso infrastrutturale. A tal riguardo Horizon 2020 mette a disposizione per la ricerca nel settore sicurezza e difesa, nell’ambito della sezione Secure Societies, 1.695 milioni di Euro. Reputo pertanto opportuno insistere sul filone difesa, alla luce delle sfide continue che il nostro continente si trova ad affrontare e credo che inquadrarlo giuridicamente nel futuro PQ sia auspicabile.

 

H2020 vanta una marcata apertura internazionale, ma la partecipazione di soggetti extra-UE è esigua.  Andrebbe questa partecipazione rafforzata?  Se sì, tramite quali misure?

Credo che vada interpretato positivamente il dato che le candidature proposte dai Paesi associati al programma è incrementata del 42,6% dal 2014 al 2015 (Svizzera, Norvegia e Israele sono i più attivi della lista), mentre per quanto riguarda i Paesi terzi l’aumento è addirittura del 53%, prevalentemente da Stati Uniti, Cina, Canada e Australia.

 

Quali sono gli elementi essenziali per concretizzare le sinergie tra futuro PQ e i fondi strutturali?

È importantissimo garantire sinergie ottimali tra i fondi per far fronte all’intensificarsi delle pressioni concorrenziali esercitate dai mercati globali e massimizzare l’impatto e l’efficienza dei finanziamenti pubblici. Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno affermato espressamente che l’adozione di tale approccio non è più “auspicata”, ma “necessaria”. È ovvio però che questa volontà politica deve diffondersi fra tutte le parti interessate, sia a livello di Stati membri sia a livello di servizi della Commissione, comprese le reti di intermediari e di facilitatori.

Per questo credo sia indispensabile allineare le strategie e le modalità di attuazione e integrare le tabelle di marcia esistenti e future.

In particolare il PON Ricerca e Innovazione 2014-2020 deve rappresentare lo strumento per evitare che progetti giudicati eccellenti a livello Ue restino esclusi dall’accesso ai finanziamenti pubblici.

L’ottimizzazione dei fondi della Politica regionale e di H2020 deve essere al centro anche degli sforzi del Ministero dello Sviluppo economico che sta progettando, in collaborazione con la Commissione europea, uno strumento nazionale per le PMI collegato allo Sme Instrument.

Per avere un’idea del potenziale di queste iniziative basti pensare che nel 2014 solo 21 dei 111 progetti finanziati nella fase 1 dello Strumento PMI, che copre i costi per lo studio di fattibilità, e valutati positivamente anche nella fase 2 hanno poi ottenuto i finanziamenti Ue per l’innovazione vera e propria.

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